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Libri antichi e di pregio di tutte le epoche, eventi e mostre d'arte
15/10/2026
E la nave va…
È possibile citare il titolo di un famoso film di Federico Fellini senza essere accusati di megalomania, di presunzione, di scomodare il cinema di uno dei più grandi autori della settima arte per mostrare in una proiezione cinque brevi filmati, piccole barche di fronte alle immagini create dal grande riminese come nel film “Amarcord” quando la prua del Rex, del più famoso transatlantico degli anni trenta, la mitica nave solcava le acque ristagnanti di un’Italia in attesa di un’ancora lontana libertà?
In realtà non dovrebbe essere possibile quando si tratta di semplici immagini del primo filmato “Il mare com’era, il mare com’è” o quelle del secondo filmato ”Danzando, danzando, danzando cinema”, quando la mia telecamera entra a “Cinecittà”, il luogo che per anni di Fellini è stato la sua casa, nel teatro “Cinque” dove sono stati girati grandi capolavori, dove mentre giravo provavo il fascino di scoprire il set di uno dei più importanti registi del cinema italiano.
Nel terzo filmato “Dedicato a Firenze” con la testimonianza di Federico Zeri, uno dei più stimati critici dell’arte italiana dal XII al XV Secolo, si prova lo sgomento di entrare subito dopo l’attentato criminale del 1993, nella Galleria degli Uffizi e qui di fronte alla telecamera l’asciutta cronaca del filmato diviene rabbia e sgomento.
Nel quarto filmato “Il giardino incantato” dieci minuti di riprese sono sufficienti per constatare che talvolta il potere di chi governa la cosa pubblica si può permettere di distruggere un piccolo angolo di paradiso col pretesto di salvare da improbabili alluvioni l’estuario insignificante di un fiumiciattolo. Cammi pittore, ma soprattutto scultore, aveva creato con le sue opere in cemento armato un luogo magico, affascinante, purtroppo non rispettato dalle ruspe.
Il quinto filmato “Il sogno di un cavaliere errante”, scopre il mondo fantastico dei pupi siciliani di tradizione catanese, una realtà vissuta da un puparo, da uno scrittore come Fortunato Pasqualino che a Roma, in viale Trastevere, per più di vent’anni, ha dato vita al teatro Crisogono dove l’aulica gestualità degli attori di legno e metallo spesso si trasformava in poesia. Le scenografie dei fondali si avvaleva della mano di una giovane pittrice, Marisa Fogliarini che ha molto contribuito a dare maggior forza alla gestualità dei pupi e a porre in primo piano le parole dense di umanità presenti nei testi di Fortunato Pasqualino.
LE SINOSSI
Il mare com’era, il mare com’è
2003
durata 14’
È possibile esprimere in pochi minuti qualcosa di non banale su un tema tanto importante come quello del mare? “Il mare com’era, il mare com’è” prova a farlo:
nel mar Tirreno su un peschereccio d’alto mare che pratica la pesca a strascico con reti lunghe due chilometri calate a seicento metri di profondità;
lungo la costa più a ponente del mar Ligure dove un palombaro di settantacinque anni compiuti continua a fare il suo lavoro subacqueo sostenendo che “del mare siamo soltanto ospiti non padroni”;
nel mar Adriatico, a Rimini, dove sulle spiagge di un autunno avanzato si ascoltano testimonianze di chi ha conosciuto Federico Fellini, amici che hanno ispirato capolavori come “I Vitelloni”, o scene come quella del passaggio del Rex, la nave che in “Amarcord” crea istanti di indimenticabile poesia.
Danzando, danzando, danzando cinema
1989
durata 19’
Nel novembre del 1989 in una saletta di Cinecittà lavoravo al montaggio di un documentario Rai quando mi fu proposta da Fiorenza d’Alessandro, una giovane coreografa, la regia di un saggio con cui si sarebbe diplomata presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma.
“Danzando, danzando, danzando cinema” nacque così dal riuscito rapporto con chi seppe condividere le scelte registiche che proponevo. I luoghi dove montammo i due set furono la grande piscina dove Federico Fellini nel 1973 nel film “Amarcord” girò il passaggio immaginifico del “Rex”, nave simbolo di vita in una realtà politica in quegli anni così privi di libertà e nel teatro Cinque di Cinecittà dove nel 1983 Fellini girò “E La nave va” su di un palcoscenico mosso dal complesso movimento ondulatorio di martinetti idraulici che simulavano la presenza del mare.
Il saggio della giovane coreografa si concluse con alcuni movimenti coreografici dei ballerini e alcune sequenze di repertorio del film “Rocco e i suoi fratelli”, uno dei film più drammatici realizzati da Luchino Visconti dove rivivono, nel vasto spazio del teatro Cinque, alcune tra le più forti emozioni create dal cinema italiano.
Dedicato a Firenze
1993
durata 24’
Il 27 maggio 1993 quasi duecento chili di tritolo esplosero in un’autobomba parcheggiata a Firenze in via dei Georgofili.
Cinque persone persero la vita e quarantotto rimasero ferite.
I bersagli dell'attentato furono la Galleria degli Uffizi e il Corridoio Vasariano che subirono gravi danni oltre all'Accademia il cui patrimonio, costituito da migliaia di libri, fu miracolosamente recuperato. L’attentato fu una feroce risposta del clan mafioso dei Corleonesi di Totò Riina all'applicazione dell'articolo 41 bis che prevedeva per i mafiosi carcere duro e isolamento penitenziario.
Alcuni giorni dopo l’attentato, con Federico Zeri abbiamo percorso i luoghi dove gli effetti del tritolo sono stati più devastanti, dove alcuni capolavori del Rinascimento sono stati più profondamente danneggiati, dove la competenza e la sensibilità del grande critico ha messo in evidenza ciò che si è del tutto perduto.
Il giardino incantato
2000
durata 9’
C’era una volta un grande canneto, folto, verdeggiante che nascondeva un piccolo torrente allo sguardo dei passanti e proseguiva senza interruzione fino alle soglie di un giardino.
C’era una volta un pittore e scultore con baffi neri e due grandi occhi profondi che emanavano un sapore intenso di fiaba e che in quel giardino aveva lavorato per tutta la vita.
Il pittore aveva ritratto più volte il mare e i suoi pesci, animali domestici o selvatici della terra, nudi di donna e tra le piante, come per un sortilegio bloccati nel cemento, volti di uomini contorti dalla sofferenza, velieri dalle vele quadre a cui per sempre era stato negato il vento.
Nacque così a occidente della penisola italiana, tra le palme della Riviera Ligure, l’incantesimo di Marcello Cammi, il sogno di pietra e di cemento di un maestro oggi quasi del tutto dimenticato. Dopo la sua morte il giardino, che pareva contenere a fatica la selva di figure che lo popolavano, è stato distrutto, spianato dalle ruspe per rendere pervio l’alveo del piccolo corso d’acqua.
Forse mai la memoria di un artista ha avuto minor rispetto. Ma se Marcello Cammi fosse ancora in vita forse non se ne dorrebbe. Sosteneva infatti che la vita è un girotondo, che ogni cosa e ogni animale prima o poi debbono scomparire, tornare al mare, al luogo da cui sono venuti.
Il sogno di un cavaliere errante
2006
durata 11’
“Il sogno di un cavaliere errante” nacque da una visita filmata alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea presso il Palazzo della Cultura di Latina dove era stata realizzata, nell’ambito del Progetto Museo Teatro Laboratorio di Daniela Remiddi, la mostra “Siamo tutti pupi”, con i pupi siciliani di tradizione catanese dei Fratelli Pasqualino.
Quattordici dei trenta fondali scenici realizzati da Marisa Fogliarini, che col disegno e col colore ha dato nuovo vigore a una tradizione scenica ottocentesca, animano le pareti del salone creando un’atmosfera onirica, surreale.
Ed è appunto nella dimensione del sogno che nasce l’ispirazione per il breve testo teatrale che unisce Don Chisciotte a Sancio Panza, il suo scudiero.
Don Chisciotte, giunto alla fine della sua esistenza, desidera terminare i suoi giorni tornando a essere Alonso Chisciano, detto il “Buono”, lo squattrinato nobile di campagna che per un’intera vita ha desiderato d’indossare i panni del cavaliere errante.
Ma Sancio crede ormai nella lucida follia del suo padrone e implora Don Chisciotte di non arrendersi alle leggi del destino e della vecchiaia.
Un gioco di specchi dove i pupi, di fronte ai nuovi fondali scenici, ritrovano assieme alla forza epica del teatro di Pasqualino, anche la stralunata visionaria fissità di chi, forse proprio in Alonso Chisciano detto il “Buono”, vuole riscoprire la propria umanità perduta.
Piero Farina